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Scopri la storia di Castel di Casio

Dalla Preistoria all'Epoca Romana

Castel di Casio fu centro abitato fin dai tempi più antichi poiché offriva abbondanza di acque, terre fertili e clima favorevole. Le prime tracce di attività umana rinvenute nel suo territorio appartengono a tre periodi culturali ben distinti: Età del Bronzo (col ritrovamento dei resti di capanne), Età del Ferro ed infine Età della Cultura Etrusca (ritrovamento di vasi etruschi).

Durante la denominazione romana, Casio fu chiamato Vicus Cassi (borgata di Cassio) per passare poi a Casi, Cassi e Caxi. Era un fiorente villaggio rurale, ciò testimoniato da scavi archeologici nei pressi del paese che hanno permesso di riportare alla luce oggetti di bronzo, cocci e alcune urne funerarie contenenti monete recanti le effigi di imperatori romani come Lucio Claudio Nerone, Tiberio e Galba.

Alto Medioevo

Nella primavera dell’anno 568 le orde barbariche dei Longobardi dilagarono nella pianura padana saccheggiando, incendiando e compiendo spaventose stragi. I Longobardi al loro arrivo soppressero tutte le istituzioni e le legislazioni romane e le sostituirono con le loro tradizionali leggi. Nella zona di Casio i Longobardi vivevano separati dai Latini. La fusione tra i due popoli avvenne successivamente, durante l’epoca comunale con l’affermarsi dell’elemento latino su quello longobardo. Nella valle sono ancora in uso nella parlata dialettale degli abitanti vocaboli di origine longobarda, ad esempio brégh (pantaloni). Le valli bolognesi furono percorse dai Longobardi fin dagli ultimi anni del V secolo, e tali popolazioni non mancarono di lasciare vistose tracce nella cultura, nel costume giuridico, nella toponomastica, nella lingua e nell’architettura, fino al pieno Medioevo.

Basso Medioevo

Nel Mille, Casio appare tra i territori della contessa di Toscana, Matilde di Canossa, e alla sua morte passa sotto il dominio di una famiglia di conti toscani, i conti Alberti di Prato, detti anche di Mangona. Casio è presente in due documenti scritti da due importantissimi personaggi, l’imperatore del Sacro Romano Impero Federico Barbarossa e successivamente l’imperatore Ottone IV, che confermano i possessi dei conti Alberti. Tuttavia, molte località, tra cui Casio, anche se formalmente rientravano nelle terre dei conti Alberti, rimasero indipendenti e venivano governate da propri signori, che traevano molti benefici dal dominio di un villaggio, poiché le persone che vi abitavano dovevano pagare con parti di raccolto, animali, uova, qualche denaro, e giornate di lavoro gratuite in quello che serviva al signore.

Prima dell’inizio del Duecento Casio era un semplice villaggio aperto, governato da un ramo dei signori di Stagno, che derivavano dai Longobardi e che erano presenti nel vicinissimo castrum, ovvero centro fortificato, di Bibiano (presso l’attuale località di Santo Stefano). Tra Bibiano e Casio passava un ramo della via Francigena, l’importante strada che dal nord Europa portava i pellegrini fino a Roma, e che quindi collegava l’Emilia Romagna alla Toscana. Per questo il territorio di Casio, trovandosi tra le due città rivali di Bologna e Pistoia, era un luogo di grande importanza.

Bologna fu uno dei più potenti comuni dell’Italia del Nord e col tempo decise di espandere il suo potere anche ai territori vicini. In questo si scontrò col comune di Pistoia, e tra i due comuni si ebbe una vera e propria guerra. In quel tempo era signore di Casio il nobile Gislimerio, e Bologna entrò in trattative con lui per cercare di farsi cedere il villaggio. Gislimerio inizialmente rifiutò, ma dopo varie lotte con le truppe bolognesi fu costretto ad arrendersi per mancanza di viveri e nel 1211, nella Pieve dei Santi Quirico e Giulitta (Casio non possedeva ancora una chiesa all’interno del paese) giurò fedeltà al comune di Bologna. Con la resa di Gislimerio, il comune di Bologna si impadronì di un centro dalla grande importanza strategica, per la sua posizione tra Bologna e Pistoia, essenziale anche ai collegamenti stradali con la Toscana. Casio venne infatti scelto come sede del Podestà della montagna, inviato da Bologna per meglio governare il territorio della montagna. I territori compresi tra i fiumi Reno e Savena e quelli tra le colline di Bologna fino ai confini della Toscana erano sotto la sua giurisdizione. Alla podesteria venne assegnato lo stemma di un cinghiale che rimase poi il simbolo dello stemma comunale

In quel tempo era signore di Casio il nobile Gislimerio, e Bologna entrò in trattative con lui per cercare di farsi cedere il villaggio. Gislimerio inizialmente rifiutò, ma dopo varie lotte con le truppe bolognesi fu costretto ad arrendersi per mancanza di viveri e nel 1211, nella Pieve dei Santi Quirico e Giulitta (Casio non possedeva ancora una chiesa all’interno del paese) giurò fedeltà al comune di Bologna. Con la resa di Gislimerio, il comune di Bologna si impadronì di un centro dalla grande importanza strategica, per la sua posizione tra Bologna e Pistoia, essenziale anche ai collegamenti stradali con la Toscana. Casio venne infatti scelto come sede del Podestà della montagna, inviato da Bologna per meglio governare il territorio della montagna. I territori compresi tra i fiumi Reno e Savena e quelli tra le colline di Bologna fino ai confini della Toscana erano sotto la sua giurisdizione. Alla podesteria venne assegnato lo stemma di un cinghiale che rimase poi il simbolo dello stemma comunale.

Per questa grande importanza strategica e militare del centro di Casio, e per proteggere le strutture amministrative che vi si insediarono, divenne necessaria la completa trasformazione delle sue strutture. Così, il comune di Bologna procedette alla fortificazione, facendo costruire prima di tutto una grossa cinta muraria, che circondò completamente il centro abitato e che fu attorniata da un fossato, assieme ad una torre, collocata poco distante da una delle due porte. La torre in origine era di 35 metri, ornata di merli e protetta da un tetto. L’entrata era posta a 15 metri di altezza dal suolo e vi si accedeva dalle mura del castello attraverso una passerella in legno. Ancora oggi si può osservare la sua forma in parte diroccata. I bolognesi ridisegnarono anche il sistema delle strade sul modello romano, con una strada centrale e le altre perpendicolari ad essa, mantenutasi sino ad oggi, e vollero riproporre le stesse strutture edilizie della città, a cominciare dai portici. Aveva un portico anche la chiesa di San Biagio, che venne costruita in questo periodo per far fronte all’aumento demografico del centro, e che però era ruotata rispetto alla posizione che vediamo oggi. Questi interventi volevano lanciare un messaggio: Casio doveva subito rimandare all’immagine di Bologna, sia perché doveva essere la capitale della montagna, sia per ricordare il dominio di Bologna a cui era soggetta.

Nella seconda metà del Duecento, la figura del Podestà venne affiancata da quella del Capitano, e proprio Casio fu la sede del più importante Capitanato della montagna. Il primo capitano della montagna fu il conte Alessandro di Mangona, discendente degli Alberti di Prato, che viene ricordato anche da Dante nell’Inferno della Divina Commedia.

In questo periodo Casio fu il centro politico, amministrativo, giudiziario e commerciale più importante dell’Alto Appennino bolognese, e anche il più popolato. Vennero inviati molti soldati, balestrieri, funzionari, notai, giudici, e il Capitano era aiutato nel suo compito da consiglieri scelti tra i capi famiglia del castello. I notai spesso firmavano i loro documenti sotto il portico della Chiesa, i giudici risolvevano le cause di persone che arrivavano a Casio anche da molto lontano, i capitani delle porte sorvegliavano le entrate del castello.

Casio, tra fine Duecento e per tutto il Trecento, doveva essere un brulicare di taverne e alloggi, con negozi di ogni tipo: il barbiere, i calzolai, un sarto, maniscalchi, venditori dei legna e altri generi di consumo, come la cenere, che veniva usata sia per sbiancare i panni che per fertilizzare i campi.

Subito fuori dalle mura, vicino alla torre, si trovava il forum Casi, la piazza dove il primo di ogni mese si svolgeva un grande mercato di merci e bestiame, a cui accorrevano persone da ogni dove. Grazie alla sua funzione di centro politico-amministrativo di tutta la montagna, infatti, il castello di Casio ebbe una grandissima importanza anche dal punto di vista commerciale. Fra Due e Trecento qui si incontravano i mercanti dei due versanti dell’Appennino: Toscani e Bolognesi. Dalle città di Lucca, Pistoia, Bologna e Pisa affluivano qui abbondanti e svariate merci, trasportate da asini e da muli che percorrevano in fila le ripide strade dell’Appennino e raggiungevano Casio dopo alcuni giorni di camminino. Alla sera i commercianti alloggiavano in locande, e viaggiavano in gruppo, mai isolati, per cercare di proteggersi l’un l’altro dai continui furti di briganti e assassini che assediavano queste valli. Nel mercato di Casio si vendevano stoffe, pelli, barili di olio e di vino, arnesi agricoli, utensili da cucina, vasellame in terracotta e legno. Nel basamento della torre furono incise le misure lineari dell’antico “braccio bolognese” equivalente a 64 centimetri (tutt’ora visibili) utilizzate come unità di misura per i materiali da costruzione, per i tessuti e le stoffe nei giorni di mercato.

A Casio giungevano in continuazione massari delle comunità della montagna per il loro periodico giuramento nelle mani del Capitano. Le sedute civili e penali del tribunale attiravano gente da tutta la montagna e un numero ancor maggiore di visitatori doveva essere attirato dalla condanne che il capitano decretava spesso in giorno di mercato. L’annuncio pubblico, per mezzo del banditore, delle sentenze capitali attirava sicuramente una grande quantità di persone, perché la sentenza veniva immediatamente eseguita. Il luogo in cui tali sentenze venivano celebrate era il mercatale. Le condanne a morte venivano invece eseguite attraverso l’impiccagione e la decapitazione, e qualche volta il condannato veniva esposto alla berlina nel tragitto verso il patibolo: in questo caso veniva issato su un asino con la faccia rivolta verso la coda dell’animale e condotto attraverso le vie del paese. Durante il percorso veniva fustigato tra le risa e gli insulti della folla. La maggior fonte di guadagno degli abitanti di Casio era l’industria alberghiera, tanto che una via del paese porta ancora il nome di Via degli Alberghi per la grande quantità di locande e taverne che vi sorgevano ai lati al fine di ospitare mercanti provenienti da lontano e tutti coloro che arrivavano qui per sbrigare pratiche giudiziarie.

A partire dal Quattrocento, però, i poteri del Capitanato da Casio vennero spostati a poco a poco verso Vergato, per la necessità di offrire alla popolazione del contado un centro più comodo per sbrigare le pratiche amministrative e giudiziarie. Infatti venne acquistato dal Capitano di Casio il palazzo di Vergato, oggi sede del Comune, finché, verso la metà del secolo, il Capitanato venne definitivamente trasferito a Vergato e per Casio cominciò un lento declino. 

L’11 aprile del 1470, Casio venne colpita da un forte terremoto, durante il quale crollarono molte case e parti delle mura del castello. Militi e cittadini trovarono la morte sotto le macerie ed il comune di Bologna dovette accorrere in aiuto alla povera popolazione con l’invio di viveri. I danni furono talmente ingenti che molti scampati abbandonarono il paese, emigrando altrove in cerca di fortuna. Il governo riparò le mura. A poco a poco Casio risorse da tanta rovina grazie all’operosità e la tenacia dei suoi abitanti, ma il paese si ridusse ad un piccolo agglomerato di abitazioni entro le mura del castello, mentre prima si estendeva per largo raggio oltre la cinta.

Epoca Moderna

Nel 1506, Bologna, e di conseguenza il castello di Casio, passarono sotto lo Stato Pontificio. Nel 1643, l’esercito pontificio, esasperato per l’infelice esito di una spedizione contro Pistoia, prese la via del ritorno incendiando e depredando lungo il cammino paesi e villaggi toscani. Le truppe toscane, irritate da tanto scempio, si gettarono a loro volta sul territorio bolognese con terribili e fulminee incursioni, seminando stragi e rovine. Casio fu assalito da circa 300 soldati fiorentini, che saccheggiarono il paese e lo abbandonarono alle fiamme. II fuoco non risparmiò neppure la chiesa di S. Biagio, opera dei maestri comacini. L’archivio parrocchiale fu arso e poche abitazioni rimasero in piedi. A travagliare ancor più la popolazione apparve un’ondata di peste (1648-49) che fece oltre ottanta morti tra Casio e Pieve. Il paese ebbe a soffrire enormemente dell’una e dell’altra calamità. Lentamente con gravi sacrifici si ricostruirono le case che avevano l’aspetto più di tuguri che di abitazioni.

Agli inizi dell’Ottocento, il territorio di Castel di Casio assistette ad un periodo di grande penuria, tanto che per gli stenti molti abitanti non si riuscivano neppure a riconoscere; dalla fame strappavano radici ed erbe, mangiavano bacche e ghiande e qualsiasi tipo di carne morta, tanto che i gatti furono sterminati; nella campagna si trovavano cadaveri ovunque. A questo periodo di stenti seguì un’epidemia di tifo. Le sventure non abbatterono gli animi dei poveri montanari di Casio, i quali sorretti da una profonda fede religiosa, continuarono a coltivare con lena le loro terre, ricavando quanto abbisognava per sopravvivere. Le massaie aiutavano gli uomini nei lavori campestri e durante le lunghe veglie invernali filavano lana, canapa e tessevano tele.

Il 4 Ottobre 1843 Casio, alle quattro del mattino, fu scosso nuovamente da un violentissimo terremoto accompagnato da un forte boato. La torre fu lesionata gravemente in molte parti ma non crollò. Il 18 Novembre dell’anno successivo, all’una di notte, la facciata della torre posta a mezzogiorno crollò improvvisamente fino alla base, creando un grande cumulo di macerie: la torre fu ridotta ad un rudere. La piazza fu invasa da cumuli di macerie e la torre assunse l’aspetto attuale. A quel tempo, Casio era sotto lo Stato Pontificio, così, le pietre cadute nel crollo furono utilizzate dal Parroco per la costruzione della Chiesa della Madonna delle Grazie e per la sistemazione della sua abitazione nella piazza del paese.

Dal Novecento ad oggi

Il 1900 fu il secolo dei cambiamenti per il paese. Nel 1901 fu terminata la chiesa di S. Biagio e consacrata la prima pietra. Nel 1910, per motivi di sicurezza, si decise di abbassare la sommità della torre di 5 metri. Alla sua base erano ancora ben visibili i segni del crollo del lontano 1844 in quanto le macerie non erano mai state rimosse. Per quest’operazione si dovette attendere fino al 1925, quando le rovine vennero trasportate via con dei carrelli e, finalmente, la piazza fu liberata.

Nel 1928 venne dato avvio al piano generale di sistemazione del capoluogo con la realizzazione di fognature, pavimentazioni, strade e sistemazione dei fabbricati per i dipendenti comunali e del monumento ai caduti della prima guerra mondiale. Nel 1932 fu inaugurata la Casa del Fascio dove oggi trova sede il corpo dei Carabinieri. 

Nel 1953-54 la piazza e tutte le vie del paese vennero asfaltate coprendo la pavimentazione in ciottoli di fiume e nel 1971, ad opera della Soprintendenza ai monumenti bolognesi, venne rafforzata la torre con iniezioni di cemento liquido e legamenti in ferro.

Nel 1995 venne realizzato il progetto di sistemazione della zona antistante la parete sud della torre, in quanto, a causa delle piogge e della difficile manutenzione, era spesso interessata dall’improvviso crollo di materiale proveniente dalla torre. Inoltre furono realizzati il marciapiede e una recinzione attorno al lato sud della torre. Nel 2001 vennero consolidate le pareti nord e sud della torre. Essa dominava e domina tutt’oggi il paesaggio circostante; è infatti visibile da una notevole distanza in tutta la sua imponente bellezza.

Gemellaggio Castel di Casio - Camaiore

Grazie ad un tenace interessamento di questa Proloco e tramite lo storico, scrittore e commediografo versiliese Luca Santini si è giunti alla scoperta e all’approfondimento di un avvenimento dell’anno 1477 che ci rende orgogliosi: il nostro Capitan Frediano Moratti da Casio salvò il Castello di Camaiore che era stato cinto d’assedio dalle milizie di Pietrasanta. Camaiore, volendo ringraziare Capitan Frediano per l’atto eroico compiuto, deliberò una donazione annuale di 27 libbre  di olio, che venivano trasportate ogni anno dal territorio camaiorese fino a Castel di Casio. Sulla base di questo antico legame e con la volontà di rafforzare i rapporti di fraternità  che legano le due comunità, l’Amministrazione Comunale di Camaiore ha deciso di stabilire con l’Amministrazione di Castel di Casio un patto di amicizia. Lo scopo è quello di creare iniziative capaci di intensificare i rapporti di interscambio  tra i due Comuni, per un reciproco e proficuo arricchimento sul piano della cultura, dell’arte, dello sport e della vita sociale delle due collettività. L’avvenimento si è concretizzato a Castel di Casio il giorno 19 agosto 2006 con la firma dei due Sindaci. Il Sindaco di Camaiore, in quella occasione, ha donato olio del loro territorio a Castel di Casio.

Edifici storici di Castel di Casio e dintorni

Torre Medioevale - Castel di Casio

La torre di Castel di Casio, fatta costruire nel XII secolo dal comune di Bologna, è alta circa 30 metri. In origine aveva un’altezza di 35 metri,era ornata di merli e protetta da un tetto. E’ contemporanea alla costruzione delle mura del castello. Opera dei maestri comancini, si presenta con una sola facciata intatta, ma denota una costruzione a base quadrata solida ed elegante. Una particolare caratteristica della torre è che non presenta alla base alcuna entrata. Questa era posta a circa una quindicina di metri di altezza dal suolo e attraverso essa si accedeva al castello mediante una passerella in legno.

Chiesa di S. Biagio - Castel di Casio

La chiesa parrocchiale di Castel Di Casio dedicata a S. Biagio è risalente, secondo il Lorenzini, al 1382. Fu costruita con l’entrata rivolta a est, verso la torre, e fu poi ruotata in una successiva ricostruzione. Nel Seicento subì un incendio ad opera delle truppe toscane che la distrusse e fu riedificata dalle fondamenta, assieme alla canonica. Alla fine dell’Ottocento fu totalmente ricostruita in stile neoclassico. Dietro al campanile sono tutt’ora visibili i resti dell’abside dell’antica chiesa costruita in opus quadratum in stile romanico.

Casa Pandolfi-Nanni

Nel Quattrocento l’edificio viene indicato come posto presso la porta inferiore del castello, interno quindi al perimetro fortificato, una collocazione riservata allora solo agli edifici delle famiglie più agiate. Appartenne alla famiglia Pandolfi: da ricordare Girolamo Pandolfi de’ Medici da Casio, illustre personaggio del Rinascimento, uomo politico, mercante e letterato, di cui un dipinto, chiamato proprio “Pala Casio”, è conservato al museo del Louvre. Il principale corpo della struttura era collegato all’edificio sul lato opposto della strada, collegato ad esso attraverso un ponticello sospeso. Ciò che ancora ne testimonia l’esistenza è l’apertura ad arco sopraelevata, al primo piano. Altri accorgimenti difensivi sono le strette feritoie da cui era possibile lanciare frecce con le balestre e che servivano come osservatorio della valle circostante. Al primo piano si può osservare un imponente salone con tracce di soffitto a cassettoni e la presenza di affreschi. Nel 1496 la proprietà passò alla famiglia Batista Nanni. Ora è di proprietà della famiglia Bertacci, a cui appartiene il compianto Leonello Bertacci, instancabile ricercatore e cultore della storia del nostro territorio.

Casa Bentivoglio-Magelli

Questa suggestiva ed elegante costruzione risale al secolo XV. Fu di proprietà di Francesco di Marco da Piacenza e di Andrea Bentivoglio dal 1489. Infatti sul frontale in pietra di un camino è stato scolpito lo stemma di questa importante famiglia bolognese. Successivamente divennero proprietari i Canonici di San Frediano di Lucca, poi ancora la famiglia Ugolini-Muzzarelli che utilizzavano detto fabbricato nel periodo estivo. Attualmente è di proprietà Magelli, importante famiglia di origine locale, emigrata nei primi anni del 1900 in America.

Casa Burlandi

Casa Burlandi sorge nel centro del borgo di Castel di Casio e presenta caratteristiche originali tipiche signorili. Il nome Burlandi deriva da un noto notaro del tempo. Successivamente appartenne alla famiglia Magelli e nell’anno 2007 è stato recuperato e restaurato dal compianto Giancarlo Orbellanti, noto e industriale che ha avuto i natali nella nostra terra. Casa Burlandi è stata residenza comunale, caratterizzata da ambienti vasti e decorosi, ma purtroppo a causa dei vari interventi eseguiti nel tempo non è rimasta nessuna traccia delle decorazioni interne esistenti all’origine. Gli ultimi lavori di recupero sono stati eseguiti con la massima diligenza, ma nessun elemento interessante è emerso ad evidenziare la sua nobile storia.

Pieve dei Santi Quirico e Julitta

La Pieve è antichissima e a seguito di ricerche storiche si può stabilire che sia di origine bizantina. Questa Chiesa battesimale ha avuto una storia di primaria importanza, nel 1200 teneva sotto alla propria dipendenza tre chiese ed un ospitale: S. Stefano di Bibiano, San Lorenzo di Casio, S. Giorgio della Collina di Casio e l’ospitale di S. Giovanni Battista di Casio. Oltre ad avere grande importanza dal lato religioso, ebbe non meno importanza dal lato economico, sociale e politico: presenza dell’arciprete e del collegio dei canonici. Per motivi di insicurezza locale e di difficoltà, dall’anno 1293 al 1780 rimase soggetta alla Canonica di San Frediano di Lucca.

Malpasso

Il nome del casolare “Il Malpasso” trarrebbe origine dalla pericolosità della zona infestata dai banditi. In questo luogo soprastante il borghetto di Marzolara avvenivano continuamente rapine ed omicidi e, a ricordo dei tristi fatti accaduti, la località fu appunto chiamata Malpasso.

Mulino di Casio

Questo mulino ad acquaè tra i più antichi della valle del Limentra di Treppio. E’ formato da un vasto edificio in muratura di sasso di cui una parte risale al XV secolo e un’altra parte più recente porta l’anno 1877.

Ponte di Castrola

E’ stato costruito nell’anno 1850 in sostituzione di uno precedente., ed è stato eretto ad unico arco a “schiena d’asino” ed appartiene ad una importante strada che permetteva ai viandanti di passare dalla Toscana a località della nostra valle come Carpineta – Vigo – Vimignano poi Panico. Abbandonato alle intemperie, il ponte, oggigiorno, si presenta gravemente lesionato e privo di quel parapetto caratteristico in sasso.

Chiesa di Santa Maria Assunta - Casola

A 600 metri di altezza sotto il Monte Poggio Barone sorge la Chiesa di Casola dei Bagni, di origini molto antiche, il cui Parroco, nel 1585, fondò la chiesa parrocchiale di Porretta. Casola fu nei secoli luogo di culto celebre della montagna bolognese. La chiesa di Casola è stata considerata, dalle pubblicazioni dell’epoca, fra le più belle del contado bolognese. Il suo interno fu rinnovato nel 1793 dal Parroco di allora, Don Matteo Evangelisti, e successivamente modificata come nello stato attuale da Don G.Battista Evangelisti. Sovrasta l’altare maggiore un quadro di pregevole fattura rappresentante l’Assunzione di Maria Vergine al cielo in mezzo a un coro di angeli, restaurato di recente. Originariamente l’altare maggiore era chiuso da una caratteristica balaustra in ferro con ornamenti di ottone, andata però persa nei recenti anni 60.

La Gaggiola

Tipica casa padronale immersa nel verde. La casa ed il podere della Gaggiola appartenevano dal primo Cinquecento alla famiglia Sabadini che aveva molti possedimenti nella zona di Casola. Verso la fine del Seicento ai Sabadini subentrarono i conti Corti, patrizi modenesi e nobili bolognesi. Nel 1747, i conti Corti vendettero a Don Giacomo di Guglielmo Piemontesi tutte le loro proprietà in Casola, tra le quali il podere e il palazzo della Gaggiola. L’edificio, di tipo padronale, è dotato di una pregevole torre seicentesca con coperto a quattro falde.